Il ciuccio: un alleato controverso

A ciliegia, a goccia, anatomico, in silicone o in caucciù, colorato o trasparente. Il vostro bambino quale usa?

 

Alleato spesso fondamentale per garantire notti serene e giornate tranquille, il ciuccio occupa il primo posto tra gli “accessori” essenziali, fin dai primi giorni di vita di un bimbo.

Ma è davvero necessario come immaginiamo o siamo noi genitori ad attribuirgli un ruolo così importante?

Per capire il valore di quest'oggetto tanto amato e discusso, ne abbiamo parlato con la dottoressa Claudia De Giglio, psicologa dello sviluppo.

 

Dottoressa, i bambini nascono con il bisogno del ciuccio?

Il bisogno di suzione inizia nella quindicesima settimana di gravidanza e raggiunge la massima funzionalità dopo la nascita. Si tratta infatti di un movimento determinato geneticamente e strettamente legato all'istinto di sopravvivenza che, grazie all'esercizio della poppata, si trasforma da semplice riflesso a comportamento carico di valenze affettive. Tutto ciò non è da confondersi però con il bisogno del “ciuccio” in quanto oggetto materiale.

 

Il ciuccio serve più al bambino o ai genitori?

Il ciuccio è sicuramente utile per far calmare il bambino ma non bisogna essere ansiosi di usarlo. Dobbiamo ricordare che il pianto, ad esempio, fa parte della normale comunicazione dei piccoli ed è fondamentale che i genitori, piuttosto che intervenire subito per interromperlo, si concedano il tempo di interpretare il vero contenuto di quel messaggio.

 

Il ciuccio può essere un oggetto utile all'autoconsolazione?

Sì, l'utilità del ciuccio per il bambino sta proprio nel processo di acquisizione di una autoregolazione emotiva, cioè quel passaggio in cui un bambino impara a sviluppare strategie autonome per calmarsi, necessarie ad esempio per abbandonarsi al sonno serenamente. Tuttavia è importante che il ciuccio non sia l’unico modo con cui il bambino viene calmato: il contatto fisico ed emotivo con il genitore rimane sempre la “strategia calmante” più valida.

 

Il ciuccio può interferire con l’interpretazione delle emozioni dei piccoli?

Non si corre questo rischio se il genitore garantisce sempre una presenza empatica, costituendo una base solida di ancoraggio per il bimbo affinché questo possa sperimentare ed imparare a contenere l’intensità delle sue emozioni e ad esprimerle adeguatamente. Il problema non è quindi costituito dall'oggetto “ciuccio” ma dal fatto che spesso ci si ricorra automaticamente, senza un'adeguata valutazione della situazione specifica.

 

E' corretto ricorrervi?

Ci sono diverse scuole di pensiero in merito. Personalmente non credo esista una risposta univoca a questa domanda, in quanto dipende da molti fattori. In natura il ciuccio non esiste, ma come detto in precedenza, esiste la suzione. Se il bambino viene allattato e riesce a trovare nella suzione e nel contatto con la madre un senso di tranquillità scaricando la tensione, non avrà necessariamente bisogno del ciuccio.

 

Per quanto tempo è giusto tenerlo?

Non esiste un tempo prestabilito purché l'abbandono del ciuccio sia un processo graduale. Se il ciuccio è stato proposto in modo corretto, solitamente i bambini riescono ad abbandonarlo senza particolari difficoltà. Nei casi in cui il bambino non fosse riuscito a sviluppare strategie autonome di autoregolazione allora vi è il rischio di sviluppare una maggiore dipendenza da esso. Tuttavia, dopo il primo anno di vita, sarebbe opportuno iniziare ad abbandonare il ciuccio restringendo magari il suo utilizzo a dei momenti specifici.

 

Quali strategie possono mettere in atto i genitori per aiutare il bambino a separarsene?

Se l'impiego del ciuccio è stato corretto il bambino tenderà ad abbandonarlo spontaneamente. Frequentare il nido può comunque favorire questo processo di conquista dell'autonomia. Con il tempo il genitore potrà ricorrere all'uso del ciuccio solo in alcuni momenti (ad esempio per favorire il sonno) fino ad abbandonarlo definitivamente. Ad ogni modo è bene sottolineare che non esistono strategie predefinite, il bambino deve essere “ascoltato” e non privato del ciuccio se non è ancora pronto.

 

Abbandonando il succhietto esiste il rischio che il bambino cominci ad usare il pollice?

Il dito in bocca è sicuramente un'altra forma di autoconsolazione che potrebbe subentrare in assenza del ciuccio. Dopo lo svezzamento infatti, la suzione del dito può compensare almeno in parte la soddisfazione del piacere "orale" prima garantita dal seno o dal biberon. Nei primi anni di vita dunque, è un comportamento del tutto naturale che solitamente scompare in modo autonomo. Se si protrae durante l'età scolare (dai cinque anni in su) è necessario intervenire per aiutare il bambino a sentirsi più forte e a rinforzare il senso di sé. Il dito in bocca in età scolare esprime una forte fragilità, un senso di inadeguatezza che richiede un lavoro sull'autostima e tutto ciò è strettamente legato al rapporto che ha vissuto con i genitori nei primi anni di vita.

 

Quali sono i problemi più frequenti dati dall'uso prolungato del ciuccio?

Se nel primo mese di vita la mamma allatta al seno, l'uso del ciuccio dovrebbe essere il più possibile limitato, in quanto la modalità di suzione del ciuccio è sensibilmente diversa rispetto a quella del capezzolo ed il neonato potrebbe non attaccarsi più efficacemente al seno, compromettendo il buon avvio dell'allattamento. E poi l'uso del ciuccio dopo i tre anni potrebbe interferire con il corretto sviluppo delle arcate dentarie. D'altra parte però numerosi studi confermano che l'uso del ciuccio durante il sonno (nel primo anno di vita ndr) può fornire un fattore di protezione ulteriore contro il rischio SIDS, ovvero la tanto temuta morte in culla. In alcune culture l'uso del ciuccio non è contemplato.

 

Perché in Italia ne facciamo così tanto uso?

In Italia, come nella maggior parte dei Paesi industrializzati, abbiamo assistito ad una progressiva medicalizzazione della gravidanza e dello svezzamento. Il ciuccio è un oggetto artificiale nato con lo scopo di conciliare i tempi della maternità con quelli di una vita frenetica. I primi ciucci non erano nient'altro che delle pezze di stoffa imbevute di sostanze commestibili (spesso dolci, come miele o zucchero) o di origine oppiacea. Questi scampoli venivano annodati ai vestiti dei bimbi in modo da renderli sempre a disposizione per essere posti in bocca al neonato che, succhiando, si calmava. Tuttora invece, in Africa ed in altre parti del mondo, si attribuisce grande valore alla naturale lentezza della maternità, nel rispetto dei tempi del neonato, tempi spesso incompatibili con il nostro stile di vita. Per cui sarebbe da chiedersi: quando diamo al neonato il ciuccio per la prima volta lo stiamo facendo per noi o per lui?

 

Esiste un sostituto valido al ciuccio?

Il ciuccio di per sé rappresenta già il sostituto di qualcos'altro. Sicuramente non si tratta di uno strumento necessario se un genitore agisce coscienziosamente. A tal proposito è interessante il concetto di "Holding" descritto dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott: “(…) la capacità di contenimento della madre sufficientemente buona, la quale sa istintivamente quando intervenire dando amore al bambino e quando invece mettersi da parte, nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei". Questo non significa che il bambino ha bisogno della perfezione: la madre sufficientemente buona è una donna spontanea, autentica e vera, che nonostante ansia, stanchezza, scoraggiamenti e sensi di colpa, è affettivamente presente e riesce a trasmettere sicurezza e amore in maniera sana.

(I.C.)


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