Genitori e nuovi miti educativi

Bisogna parlare coi bambini, spiegare il perché di una punizione, argomentare il motivo di una sgridata, trattarli come adulti in miniatura capaci di comprendere concetti educativi astratti ma, soprattutto, stare sempre tutti vicini, condividendo spazi e pensieri. Una vita intensa, a tratti difficile, quella del genitore, in particolar modo quando nuovi miti educativi prendono piede come verità assolute.

Ma sono tutte fake news o c'è qualcosa di buono? Facciamo chiarezza con l’aiuto della dottoressa Claudia De Giglio, psicologa della Cooperativa Gialla.

 

 

“Non mi ascolta”, “fa come vuole”. Una volta per catturare l’attenzione dei bambini si usavano lupi e streghe: spaventare i bambini, secondo questa teoria, avrebbe convinto il piccolo a seguire le indicazioni dei genitori. Oggi, come alternativa, si è fatta strada l’idea che bisogna parlare ai bimbi per farsi ascoltare. Passiamo da un estremo all'altro… ma davvero i bambini ascoltano con consapevolezza?

Nel passato c’era la convinzione che per “farsi ascoltare” dai bambini servissero delle minacce come l’uomo nero, lupi, streghe ecc... Ancora oggi alcuni genitori utilizzano questo tipo di comunicazione e, spesso, spostano la minaccia su persone reali “arriva papà”, zio ecc... Ma le minacce, più o meno sottili, o i ricatti morali non funzionano. Perché l'accettazione di una regola, basata solo sulla paura (o l'umiliazione), non è uno stimolo per la crescita. Al contrario, è indispensabile mettere in risalto l'impegno e la buona volontà ogni volta che il bimbo “prova” (o riesce del tutto) a seguire una regola. Quando un bambino rispetta una regola, occorre sottolinearlo: questo atteggiamento agisce come rinforzo e trasmette al bimbo un messaggio chiaro e positivo rispetto a quello che ha fatto. Così avrà voglia di ripeterlo in modo spontaneo.

 

Spesso capita di rapportarsi ai figli come fossero adulti, spiegando il perché di una punizione o di una sgridata. È un metodo giusto?

Posto che nella relazione educativa con un figlio non esistono formule vincenti preconfezionate, si ottengono buoni risultati educando un bambino a ragionare su ciò che ha fatto. Il comportamento sbagliato va fatto notare al bambino e, prima lo si fa, più efficaci sono i risultati. Ciò non significa rapportarsi al piccolo come fosse un adulto ma instaurare un rapporto di fiducia con il bimbo che ha appena commesso “l’errore” aiutandolo a riflettere sull'azione compiuta. Il genitore dovrebbe attivare il canale dell’ascolto (“perché hai fatto questa cosa?”) e della comprensione che non vuol dire accettare un comportamento sbagliato del proprio figlio, ma renderlo responsabile delle proprie azioni. Sarà utile spiegare le possibili conseguenze di ciò che ha fatto e offrirgli la possibilità di rimediare.

 

Quando diciamo è “un bravo papà” oggi intendiamo un padre che gioca coi figli. Nel passato i papà non si occupavano molto dei bambini ed erano le mamme responsabili della loro educazione. Ma qual è il giusto spazio che deve occupare un adulto nei giochi di un bimbo?

Ad alcuni genitori giocare risulta naturale e divertente e, finché anche il bambino è contento non c’è nulla di sbagliato a giocare insieme. Allo stesso modo, per alcuni adulti giocare non viene spontaneo e, anche lì, non è necessario forzarsi, ma se il bambino richiede l’aiuto e l’attenzione dell’adulto nei suoi giochi lo si può affiancare se è in difficoltà con un oggetto, oppure si può cercare di offrirgli maggiori occasioni di interagire anche con altri bambini. Come scriveva Antoine de Saint-Exupery, “tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”. Non è rilevante quanto tempo ma l’intensità, la qualità del tempo da dedicare al giocare insieme: è importante per costruire e arricchire la relazione genitori-figli, per un sano sviluppo emotivo del bambino (capire il tempo del gioco, le pause, il senso del vincere o del perdere, la collaborazione), per la condivisione delle esperienze, per la complicità.

 

“Con chi vuoi cenare, con mamma o papà?”. I bambini sono capaci di prendere delle decisioni o sarebbe meglio fosse il genitore ad organizzare il tempo libero dei figli?

Educarli all'autonomia e alla capacità di scelta è uno dei compiti fondamentali di un genitore. Ma chiedere al bambino di scegliere tra uno dei due genitori è una delle cose da evitare assolutamente! Spesso ai bambini viene affidato un potere decisionale che loro non possono gestire; a volte l’autonomia è confusa con l’essere lasciati a se stessi, senza una guida, senza una direzione. Ad esempio: a un bambino di due anni, possono essere date delle scelte, perché è un segno di rispetto per la sua individualità in formazione e un aiuto per la definizione dei suoi gusti. Ma a questa età, non si dovrebbero dare più di due opzioni, per evitare che il bimbo entri in confusione e non riesca a distinguere ciò che vuole da ciò che non vuole, facendo scattare un “No” automatico a ogni proposta. L’autonomia ha senso solo se viaggia in parallelo alle regole e alla chiarezza, tenendo sempre presente i tempi e i modi dello sviluppo cognitivo del piccolo.

 

Infine croce e delizia: il cellulare. Da qualche anno parliamo di “nativi digitali” per indicare i bambini nati nell'epoca dei device elettronici che spesso sostituiscono il genitore stanco o indaffarato. Ma dobbiamo per forza far conoscere questi strumenti ai bambini più piccoli?

Prima dei tre anni si dovrebbe evitare l’esposizione a smartphone, tablet e vari device. Durante l’infanzia sarebbe inopportuno non far conoscere questi strumenti ai bambini in quanto, ormai, fanno parte della nostra società. La chiave di tutto, sta nella necessità di educare i bambini ad un utilizzo consapevole dei nuovi media, per sfruttarne al meglio i lati positivi e arginare i rischi. Non si possono demonizzare quindi i nuovi strumenti tecnologici che rappresentano a volte un’enorme risorsa anche e soprattutto per i piccoli, quanto piuttosto insegnare a bambini e ragazzi a usarli nel modo corretto, stimolando e agevolando un approccio di tipo critico e una fruizione intelligente. Prima dei tre anni però… è meglio “sporcarsi” le mani con un po’ di pasta di sale e colorare!

(I.C.)


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